self portrait

Era il compleanno dei miei 13 anni.
Sapevo che da lì ad un anno avrei finalmente compiuto 14 anni.
Non so perché ma nella mia mente era chiaro che, raggiunto quel traguardo, sarei diventato grande.

“Grande”.

Mia madre preparò la torta alle fragole e con i miei compagni di classe giocai nel mio giardino a ruba bandiera.

Passarono alcuni anni.

Il mattino dopo il compleanno dei miei 18 anni mi svegliai e non sentii nessuna sensazione particolare. 
Mi guardai allo specchio e nei miei occhi vidi i miei 13 anni. 
Mi tagliai la peluria sulle guance, mangiai gli avanzi della torta e mi misi a studiare storia.

Passarono altri anni, il mio corpo cambiava.

La sera dei miei 25 anni passeggiavo per la periferia di Roma. 
Io adoro la periferia. 
È lo sgabuzzino della città, dove nascondere le cose “brutte”. 
È il posto di passaggio con pochi fronzoli dove c’è lo stretto indispensabile per la sopravvivenza di chi ci vive.

I 20 anni sono la periferia della vita, pensai.

Ad un passo dal centro, dalle grandi cose. 
Di li a poco spunteranno in lontananza i grandi monumenti, i palazzi adorni e la frenesia della gente che correrà a lavoro.
Qualcuno inizia a chiedere indicazioni per il tuo futuro, per il Colosseo, per il tuo matrimonio o la fontana di Trevi.

Ieri sera giravo per una zona indefinita di Roma Sud/Ovest. 
Ad un certo punto dovetti ammettere a me stesso di essermi perso.

Mi accostai, scesi dalla macchina e vidi davanti a me una specie di casa abbandonata con delle serrande chiuse al di sotto.

È facile perdersi nella periferia della vita, senza grandi monumenti, senza punti di riferimento, solo piccole cose: un benzinaio, una serranda chiusa, un bar malandato; solo chi ci vive può capire dove si trova o dove sta andando.

Ho preso la macchina fotografica in mano e ho pensato ai miei amici, ai miei genitori, alle persone intorno a me con una mappa in mano da anni cercando freneticamente di arrivare a Piazza del Popolo.
Al centro.
Alla poltrona in salotto sulla quale sedersi, tirare un sospiro fine giornata ed avere davanti a se tutto chiaro. 
Poter dire: “Sono grande ora”.

Ho scattato una foto.

Questa foto sono i miei 14 anni. È la mattina dei miei 18 anni. È la mia periferia. Sono i miei 27 anni.

Self portrait 31/03/2017 


non ho mai finito di leggere Martin Eden né mai lo farò.

Non ho mai finito di leggere Martin Eden di Jack London né mai lo farò. 

Alcuni miei amici stavano viaggiando in macchina, direzione Finlandia. Mi chiamarono e mi convinsero a partire e raggiungerli. Presi il primo volo disponibile, senza considerare che gli altri sarebbero arrivati un giorno dopo il mio arrivo. 

L’aereo atterrò ad Helsinki alle 15.00 e decisidi aspettarli in giro a zonzo, a fare foto e sentire musica. Sarei entrato in un pub a mangiare e infine avrei girato tutta la notte risparmiando i soldi dell’hotel, che inoltre erano quasi tutti pieni.
All’ 1 a.m. ero stravolto. 

Mi fermai su un gradino di una banca a leggere Martin Eden con lo zaino tra le gambe e la fotocamera sulle ginocchia. 

La fauna locale non mi rassicurava per niente e iniziai a comprendere di non aver fatto un ottima scelta non prenotando nessun B&B. 

All’1:40 non faceva più fresco, faceva freddo. 

All’1:55 a.m. passò una ragazza, io alzai gli occhi, lei mi sorrise e io le sorrisi. Tornai a leggere il mio libro. Qualche secondo dopo riapparve da dietro l’angolo e ci fu un dialogo, in inglese, piuttosto bizzarro:

- Che stai facendo?
- Sto leggendo.
- Si ma perché leggi qui su un gradino di notte?
- Perché i miei amici arrivano domani mattina e io non so dove dormire, quindi li aspetto qui.
- Da solo?
- Si
- Vabbè, vuoi venire da me? Ho casa con altri studenti qui a due passi.
- Ok 

Ora, io mi alzai e la seguii prima di realizzare la possibilità che, a casa sua, mi stessero aspettando in 5 per rapirmi, smembrarmi e vendere i miei organi al mercato nero. Il tutto senza aver finito di leggere Martin Eden.

Dopo qualche minuto entrai nell’appartamento e anche solo la vista dell’ingresso fu sufficiente per sradicarmi da ogni convenzione riguardo una casa tradizionale italiana. 

A terra era pieno di scarpe sistemate ordinatamente, i muri erano totalmente disegnati e dipinti. Nel salone c’era una specie di affresco romano e un’amaca in un angolo. Pois sparpagliati qua e là e lattine di birra posizionate a mo’ di percorso ad ostacoli un po’ per tutta la casa. 

Mi offrì una birra e ci mettemmo sulle amache a chiacchierare. 

Ora io non è che sia un madrelingua, per cui riuscii ad esprimermi con le 3 parole che conoscevo di inglese, con i gesti e disegnini se necessario. 

Parlammo di come si vive ad Helsinki, mi raccontò che d’inverno se lecchi un palo ti rimane la lingua attaccata per il freddo e se lanci una secchiata d’acqua dal balcone prima di toccare terra si ghiaccia. Io le raccontai che se lanci una secchiata d’acqua a Roma d’estate la gente ti ringrazia da sotto. 

Dopo un po’ lei si addormentò mentre, leggendo, dondolavo la sua amaca. 

L’alba arrivò e scoprii che le enormi vetrate del salone davano sullo skyline di Helsinki. Rimasi lì a guardare illuminarsi la città, dimenticandomi del sonno. Alle 8.00 i miei amici arrivarono, così presi la mia roba e mi avviai verso l’ingresso. Mi fermai un attimo e ripensai a tutto l’accaduto. 

Presi il mio libro e sulla prima pagina scrissi: “Se fossero tutti come te forse avrei meno bisogno di viaggiare così tanto. Grazie di tutto. A presto”. Lasciai Martin Eden sul tavolo, uscii di casa e non la rividi mai più. 


 Helsinki - 12/08/10


could be a blue blue Christmas for me

La questione delle lucine è legata molto alla mia infanzia credo. 

Per me le lucine sono il Natale, e il Natale sta sempre bene.
Anche ad agosto. 

 Le ho messe sopra la mia scrivania di lavoro così che quando sono stanco mi fermo a guardarle ed è come essere alla vigilia del ’98 con Nonna che cucina, i cartoni animati in tv, i cugini ai game boy e tutto l’occorrente che caratterizza una famiglia napoletana doc. 

Da quando sono piccolo ho dei rituali che trovo difficile abbandonare. 

Per esempio, nei giorni di festa, mi copro per bene, prendo l’iPod e cammino per ore nelle vie del centro piene di gente ascoltando Frank Sinatra.
Non so quale meccanismo contorto mi scatti in testa, ma osservando la frenesia delle persone che flippano da un negozio all’altro comprando qualsiasi tipo di cosa mi sento distante da tutto e in un certo senso provo piacere.
Fatto sta che questa atmosfera di lucine, di odore di castagne, di musiche natalizie nei negozi e di materialismo spinto mi contagia e mi infonde un dolce senso di malinconia. 

Quando le gambe sono stanche poi torno a casa ascoltando cantare i Noah And The Whale e penso “could be a blue blue christmas for me”. 

Questo è il motivo per il quale potrei piazzare lucine di natale anche sotto l’ombrellone al mare.

Guardarle, e sentire una voce che grida “Davide corri, è arrivato Babbo Natale!!”


christmas

L’odore di cantina misto alla naftalina ti buca i polmoni. 

 I ricordi che puoi trovarci in quell’odore non li troverai neanche rovistando nei migliori album di tua nonna. 

 Ci sono alcuni oggetti che si impregnano di quell’odore e di ricordi e ti fottono. 

 Sopratutto sotto natale quando ogni sacrosanta famiglia che si rispetti tira fuori palline, finti alberi, pastori, fornai e mangiatoie, e tutti insieme partecipano a quel clima natalizio al sapor di naftalina. 

E anche se sei a diecimila Km e mezzo secolo di distanza dai tuoi primi natali, da tuo padre vestito da BabboNatale, il vestito bello di tua madre, le luci dell’albero e l’orata a cena, sono tutti lì dentro i tuoi polmoni 

 e te li bucano.


adam

Questa è la casa di Adam. 

Adam mi disse che era nato a Kruszwica, un microscopico borgo polacco. 

Non riusciva a parlare bene, la maggior parte del tempo era cotto. 

Mi dipingeva, sbiascicando, le immagini diuna vita nata in una casa di campagna, il profumo della primavera e dei campi, il cigolio di un’altalena fissata ad un ramo. 

Adam a 5 anni voleva diventare come suo padre, ma quello che per lui era un traguardo da raggiungere si dimostrò, crescendo, un contadino tozzo e rozzo. 

Mi parlò dell’inverno che anno dopo anno gli sembrava meno bianco e sempre più grigio. 

Un giorno d’autunno se ne stava supino in mezzo ad un campo a non far nulla quando passò, in quella parte di cielo dimenticata da Dio, un aereo di linea e nel silenzio della sua solitudine si sentiva chiaro e nitido il rombo dei motori. Con la stessa chiarezza si delineò nella sua mente la sua vocazione: costruire aerei. 

Adam nella sua vita salì solo una volta su un aereo ed era diretto verso Roma. Quel poveraccio di suo padre si era beccato una cirrosi epatica che l’aveva stroncato. Madre e fratelli continuarono a lavorare nei campi. Lui voleva costruire aerei. 

Ma a questo punto della storia i suoi discorsi si facevano confusi e aleatori assumendo la consistenza dei progetti andati a male. Prati bruciati dall’alcol e un’altalena in disuso. 


Adam è stato trovato morto una settimana fa qui in casa sua. Nessuno ne ha parlato. 

Sono passato ieri ad immortalare ciò che resta di lui e della sua infanzia. 

Adam, il mancato ingegnere aerospaziale. Adam e il suo obiettivo mancato. Adam, il suo divano sfondato, il suo materasso e due stracci. 

“Chi ha peccato? Lui o i suoi genitori?”. 

Vite scomode che scomodano.


dicono

“Abito a casa di due ottantenni ora. 

Loro si amano, davvero. Li ho visti uscire questa sera verso le 20.00. Lei era meravigliosa, con orecchini rossi e una bella collana abbinata con un diamante che forse gli avrà regalato lui chissà quanti anni fa. Ho immaginato quanto potesse esserbella quella donna da giovane. Erano andati a ballare “i lenti” in un locale al centro. Lo fanno tutte le domeniche. 

Loro hanno viaggiato un sacco e l’altro giorno mi hanno accennato di un’ altra vacanza a NewYork. 

Quando rimango allibito a queste cose loro mi guardano insieme sorridendo e quasi imbarazzati mi dicono “beh? che c’è di male”. 

Loro il giorno lo passano in stanza a guardare film. Un pomeriggio è saltata la corrente e non sapendo cosa fare ho provato a chiamare lui, ma niente.. Ho scorto un po’ la porta. Effettivamente stavano dormendo.. abbracciati. 

Lui non parla molto, lei lo sommerge di chiacchiere soprattutto quando cucinano. Lei gestisce e impartisce ordini nel suo mondo lui pazientemente accanto a lei la aiuta nei gesti più umili, nelle cose più semplici. 

Dopo pranzo si siedono e prendono il caffè davanti la tv e lui le tiene la mano. 

Loro pregano, e lo fanno tutte le mattine e le loro preghiere sono infinite. Ho capito che più si vive più le preghiere diventano interminabili. In queste rivivo un pezzo della loro storia. Si preoccupano per nipoti, figli, parenti, amici, conoscenti e paesi lontani. 

A forza di tenersi per mano nei momenti felici e in quelli tristi le rughe delle loro mani sembrano fatte l’una per la mano dell’altra. 

Loro sono tutto ciò che io ho sempre invidiato. E ogni notte tornano nella loro stanza e dopo un bacio sulla guancia..” 


Ho ritrovato questa bozza che scrissi 5 anni fa. Mai finita.
Questo è quello che scrissi in merito a due vecchietti che mi ospitarono quando non avevo una casa. Nonostante questi 5 anni rileggendo queste righe ancora li invidio. Non credo che avrò mai una storia come la loro, ma il mondo è bello perché è vario, dicono. 

Dicono anche un sacco di stronzate. Ma questo non importa, è bene lasciarsi convincersi a volte da quello che la gente dice.


nonno

Mio nonno non è mai stato troppo bravo con le parole. 

 Si sedeva ogni giorno su quella vecchia poltrona a leggere guardandomi ogni tanto di sottecchi. 

 Come lui anche il fumo delle sue sigarettenon aveva fretta. Fluttuava nell’aria lentamente formando dolci spirali.

 Era come se stesse aspettando un treno ormai in ritardo da troppi anni. 

 Un pomeriggio d’estate, senza troppi annunci o sferragliamenti vari il treno passò. 

 Passai tutto quel pomeriggio raggomitolato lì sopra aspettando la corsa successiva per andarlo a salutare. 

 A tarda sera mio padre mi prese in braccio dormiente e mi portò a casa.

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